Blowin’ in the Wind

Blowin’ in the Wind. Ho timore nello scrivere qualcosa su questo capolavoro. Stiamo parlando di una canzone che ha segnato una generazione di ragazzi, che ha cambiato un’epoca. Questa poesia, perché di poesia si tratta, è stata scritta nel 1962 dal “cantautore” americano Bob Dylan, nato con il nome di Robert Allen Zimmerman; cantautore è forse riduttivo per il calibro delle sue canzoni, che sono sempre state indicate come dei “racconti in versi musicati“, definizione che non lo discostano poi così tanto dall’origine della poesia della cosiddetta area della Romània, la tradizione trobadorica. È una delle figure più importanti della scena culturale, musicale e della letteratura mondiale dell’ultimo secolo. È sempre scritta e cantata da lui la canzone più bella di tutti i tempi, secondo la maggior parte delle riviste specialistiche, cioè Like a Rolling Stone. Già vincitore del Premio Oscar come migliore canzone (con Things Have Changed) nel 2001, del Premio Pulitzer nel 2008 e del Premio Nobel per la Letteratura nel 2016 “per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana“. Il Principe della canzone d’autore italiana, Francesco De Gregori, parla di Bob Dylan, suo autore di riferimento da sempre, non solo come il miglior scrittore di canzoni di tutti i tempi ma come anche colui che è stato in grado di allargare i confini della poesia e nobilitando la musica, al pari della letteratura e del teatro, come strumento per raccontare le storie dell’uomo. C’è un alone di mistero intorno al suo nome, molte sono le supposizioni ma non ci fu mai nessuna conferma da parte di Bob Dylan; l’ipotesi più accreditata è quella che abbia preso ispirazione dal poeta gallese Dylan Thomas, di cui lo stesso Bob Dylan viene definito l’erede. Erede di quei poeti visionari come Blake, come Thomas e come Rimbaud. Nel campo prettamente musicale detiene diversi primati: l’ideatore del folk-rock, il primo videoclip musicale, il primo singolo ad avere successo (e che successo) nonostante la durata non commerciale con i 6 minuti di Like a Rolling Stone.

Blowin’ in the Wind è una canzone pacifista contenuta nell’album The Freewheelin’ Bob Dylan pubblicato nel 1963. È considerata un manifesto per una generazione di ragazzi americani delusi dalla politica statunitense degli anni ’60 e dalle conseguenti crisi internazionali; la Guerra Fredda ma soprattutto la Guerra del Vietnam. Scrisse questa canzone a 21 anni e non era ancora il Bob Dylan della “controcultura” ma era già pienamente consapevole dei pericoli e delle difficoltà che viveva la società. La melodia è inspirata ad un canto degli schiavi afroamericani No More Auction Block; scrisse originariamente solo la prima e l’attuale terza strofa, poi aggiunse in un secondo momento la strofa centrale. Credo sia doveroso inserire, questa volta, l’intero testo.

How many roads must a man walk down
Before you can call him a man?
Yes, ‘n’ how many seas must a white dove sail
Before she sleeps in the sand?
Yes, ‘n’ how many times must the cannonballs fly
Before they’re forever banned?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
The answer is blowin’ in the wind.

How many years can a mountain exist
Before it’s washed to the sea?
Yes, ‘n’ how many years can some people exist
Before they’re allowed to be free?
Yes, ‘n’ how many times can a man turn his head,
Pretending he just doesn’t see?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
The answer is blowin’ in the wind

How many times must a man look up
Before he can see the sky?
Yes, ‘n’ how many ears must one man have
Before he can hear people cry?
Yes, ‘n’ how many deaths will it take till he knows
That too many people have died?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
The answer is blowin’ in the wind.

Quante strade deve percorrere un uomo
prima che lo si possa considerare tale?
e quanti mari deve sorvolare una bianca colomba
prima che possa riposare nella sabbia?
e quante volte i proiettili dovranno fischiare
prima di venir banditi per sempre?
La risposta, amico mio, soffia nel vento
La risposta soffia nel vento

Quanti anni può resistere una montagna
prima di venire spazzata dal mare?
e quanti anni devono vivere alcune persone
prima che venga accordata loro la Libertà?
e quante volte un uomo può girarsi dall’altra parte
e fingere di non vedere?
La risposta, amico mio, soffia nel vento
La risposta soffia nel vento

Quante volte un uomo dovrà guardare verso l’alto
prima che riesca a vedere il cielo?
e quante orecchie deve avere un uomo
prima di poter sentire la disperazione della gente?
e quante morti ci vorranno perché egli sappia
che troppe persone sono morte?
La risposta, amico mio, soffia nel vento
La risposta soffia nel vento

Tre strofe, dal punto vista lessicale e sintattico, apparentemente semplici ma con una semantica profonda. Infatti i temi centrali sono quelli della condizione umana e dell’incapacità dell’uomo di ripudiare definitivamente la guerra. Strofe semplici con le quali Dylan si interroga sulle questioni esistenziali e sociali. Alcuni leggono in questo testo un rassegnato pessimismo nei confronti dell’uomo che non cambierà mai, altri invece ne sottolineano l’ottimismo, in quanto la risposta alle domande esiste ed è nel vento. Con la sua chitarra e l’armonica a bocca si rivolge al “my friend“, come un gesto di apertura, un abbraccio ideale all’umanità. Troviamo, quando parla della colomba nella prima strofa, un riferimento biblico. Nella seconda strofa i versi:

Yes, ‘n’ how many times can a man turn his head,
Pretending he just doesn’t see?

(e quante volte un uomo può girarsi dall’altra parte e fingere di non vedere?)

sono emblematici del pensiero di Dylan. Infatti in un’intervista affermò “Io continuo a dire che i peggiori criminali sono tutte le persone che girano la testa dall’altra parte quando vedono il male e sanno che è male. Ho solo ventun’anni ma so già che ci sono state troppe guerre… E voi che avete più di ventun’anni dovreste essere anche più saggi. La maniera migliore di rispondere a tutte queste domande è porsele“. Un ragazzo, di soli ventuno anni, può cambiare il mondo con una chitarra, un’armonica e la sua voce? Bob Dylan fu in grado. 

Il tema in alcune “domande” del testo è sfumato, in alcune parti invece è detto chiaramente come per esempio:

Yes, ‘n’ how many deaths will it take till he knows
That too many people have died?

(e quante morti ci vorranno perché egli sappia che troppe persone sono morte?)

Quest’ultimo verso mi ha fatto subito pensare a questo pezzo di canzone di Francesco Guccini in Auschwitz

Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà…

In effetti, è molto simile; il tema è lo stesso, cambia la guerra a cui ci si riferisce. Ma un elemento è costante. Il Vento. Quest’immagine del “soffia nel vento” potrebbe trovare la sua ispirazione nell’autobiografia di Woody Guthrie Questa terra è la mia terra, in cui quest’ultimo paragona la sua sensibilità politica ai giornali che soffiano nel vento nelle strade di New York. Il vento è il vero protagonista della canzone. L’uomo è di indole “cattivo”, aggressivo, forse non cambierà mai. L’umanità si è scordata del passato, non ha imparato nulla da esso. Non ricorda ciò che è stato e non dovrebbe più essere. E allora tutte queste domande che Bob Dylan si pone, sono senza risposta? No. La risposta c’è e soffia nel vento. Non ne esiste una sola per tutti. Ma ognuno di noi deve cercare la sua risposta che soffia nel vento, sia quello esterno che, soprattutto, quello interno. Lo stesso Bob Dylan dice “Non c’è molto che possa dire circa questa canzone tranne che “la risposta soffia nel vento”. Non è in nessun libro o film o programma TV o gruppo di discussione. È nel vento – e sta soffiando nel vento. Troppe di queste persone “hip” cercano di dirmi dove stia la risposta ma io non ci credo. Io continuo a dire che è nel vento e come un pezzo di carta svolazzante un giorno arriverà; […] Ma l’unico problema è che nessuno raccoglie la risposta quando scende giù dal cielo quindi non tanti la vedranno e la conosceranno, e allora volerà via“.

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